Campagna permanente? No, campagna last minute

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Negli ultimi decenni i politologi ci hanno raccontato che le deformazioni dei sistemi elettorali delle maggiori democrazie occidentali, accentuando la personalizzazione e gli scontri tra leader politici e spezzettando tornate elettorali nazionali e locali, hanno prodotto un clima da campagna permanente. Ovvero, i partiti e i loro leader sono costantemente in campo nell’agone politico a discapito del Governo e della gestione della cosa pubblica: mantenere sempre vivo lo scontro politico ha risposto ad uno schema di assedio della democrazia che la globalizzazione del terrorismo internazionale ha contribuito ad acuire.
Nel nostro Paese questo periodo è coinciso con i 20 anni in cui il maggior contendente è stato Silvio Berlusconi, facile catalizzatore di tutte le battaglie politiche dei partiti di opposizione che attraverso il campo offerto dai media tradizionali (terreno di scontro per via del conflitto d’interessi) hanno costantemente tenuto alto il livello di confronto politico dando vita alla stagione d’oro dei talk show e della carta stampata embedded. I media digitali, e i social in particolare, poco si adattano a questa dinamica perché per loro stessa natura vivono di un soundbyte ancora più istantaneo. Mantenere l’attenzione viva su un dibattito o un tema è davvero complicato all’interno di una proposta oceanica di informazioni, gossip, post, fake e tormenton iche hanno il respiro di poche ore o se va bene di pochi giorni.

Non scopriamo oggi che i social non sono certo il mondo dell’approfondimento ma di sicuro oramai rappresentano per i cittadini/elettori/consumatori il punto di partenza di “call2action” digitali e non. Lungi dall’essere il mondo della libertà in cui scambiare in modo disincantato opinioni e condividere notizie, Facebook in primo luogo, e Twitter ancora prima, sono stati il terreno di conquista dei grossi colossi dell’informazione e del commercio multinazionale. Si ripropongono, senza nessun controllo sulle quote diutenti possedute, anche sui social le stesse dinamiche di colonizzazione che ha vissuto il web 1.0, con iprincipali quotidiani on line che si contendono gli utenti e i click su contenuti multimediali e incipit di notizie che poi dovranno generare traffico sui loro portali: "è la pubblicità, bellezza", potremmo affermare parafrasando Humphrey Bogart…
Col senno di poi si potrebbe dire che si tratta di una dinamica ampiamente prevedibile: i grandi player dell’informazione “invadono” lo spazio “democratico” dell’Internet, e soprattutto quelle piattaforme che arrivano con maggiore facilità agli utenti finali. L’incremento esponenziale di fenomeni come il clickbait e il dilagare delle fake news hanno costretto i social network a correre ai ripari: è di qualche giorno fa ladecisione di Facebook, comunicata in prima persona dal suo CEO Mark Zuckerberg, di voler riportare la piattaforma alle origini e ricreare un luogo di scambio tra persone, privilegiando le interazioni tra individui alla comunicazione di aziende e brand (e testate di informazione). Insomma, al di là dei tentativi di difesa (più o meno veritieri e più o meno efficaci) della vision e del ruolo dei social network nel futuro, un dato appare inequivocabile: i player dell’informazione hanno colonizzato internet, e i social network in particolare, identificando spazi “di cattura” dei fruitori di contenuti anche aldi là di quanto potessero immaginare e progettare i creatori stessi di queste piattaforme.

Allora, se questo è vero, dobbiamo iniziare a chiederci quale è il frame, il contesto, la stanza chiusa, che imedia ci mettono a disposizione anche sui social e su cui si forma il dibattito pubblico nazionalpopolare. Anche e soprattutto quello politico, che diventa sempre più un pubblico social da tifoseria calcistica, che valorizza, diffonde e propaga dichiarazioni, video, proposte e annunci dei politici in maniera mediata attraverso la condivisione social dei post delle fonti on line.

Per questo, abbiamo deciso di analizzare i contenuti diffusi tramite i loro profili social ufficiali da 44 testate, quelle che maggiormente sviluppano audience on line e hanno le fan base più vaste. Abbiamo volutamente considerato testate tradizionali e portali che nascono direttamente on line perché sui social ormai sono accreditati come fonti attendibili e straseguite dagli utenti. Li monitoriamo real time per capiredi cosa parlano, di quello che propongono alla platea social e dello spazio che danno alla politica e, adess oin particolare, alle dinamiche di campagna elettorale.
Non abbiamo la pretesa di essere predittivi rispetto alle intenzioni di voto degli italiani. Ci fermiamo sulla soglia dell’evidenza scientifica che ci mostra le tipologie di interazioni che il pubblico ha con i contenuti politici proposti, misurando la copertura che il mondo dell’informazione on line dà della campagna, dei suoi temi e dei suoi protagonisti. E già da subito vengono fuori delle belle riflessioni…